Inverno

“Ti sei addolcita. È successo qualcosa?”
No, nulla. Non è accaduto nulla di nuovo. E come potrebbe? Siamo sempre lì, noi due. Tu, arroccato su quella montagna d’immenso ego, dalla quale tieni a distanza le distanze, e stai ben attento che ogni millimetrico spazio tra noi, rimanga tale. Ed io, qui, al di sotto, che ti guardo, e mi guardo, e ci guardo senza che esista un noi. Senza che esista più un me.
La luna è immensa, stasera, non trovi? Mi guarda e giudica severa ogni attesa. Lei può, lei sola.
Dove sono le mie dita? Quelle che amano sfiorarti? E le mie labbra, che ti assaggiano per rubare il sapore delle tue? Questo mi è concesso, ancora. Mi è concesso?
Per quanto tempo ti avrò così, al suono di telefoni che urlano la mia voglia di esserti accanto, e la tua, di rimanere immobile. Per quanto, quando, come.
È arrivato l’inverno. È freddo. Non lo sento, fuori. Se m’invadi come potrei sentirlo. Ma c’è, sei tu, e dovrei irrigidirmi, nelle membra e nell’anima.
E cacciarti fuori, da tutto, da me. Dovrei. Potrei.
“Ti sei addolcita. È successo qualcosa?”
Nulla che tu non avessi calcolato, quando mi sei penetrato dentro la vita, squarciandomi il petto e mangiandomi il cuore. Nulla.
Avrei voluto viverti in modo diverso.
Avrei voluto averti, in modo diverso.
Di tutto questo, faccio cartocci da gettare. Ti amo, come vuoi.

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