Oggi, che hai tre anni.

Hai tre anni, oggi, in questo momento, ora. E non li avrai per sempre; già domani non saranno più tre, fra un minuto non lo saranno più.

E hai una testa piena di ricci rossastri, e occhi grandi e di un verde cangiante che non so nemmeno a quale pianta, erba, arbusto, foglia, tu l’abbia trafugato.

E chiacchieri, Dio se chiacchieri! Non ti fermi mai, come se avessi da dire tutto ciò che la tua piccola testa elabora, altrimenti rischieresti di disperderlo e non saperne più trovare il capo, il senso.

E mi fai incazzare, enormemente, per tutto mi fai incazzare.

E io faccio incazzare te che di carattere, così piccola, ne hai già da spacciare a piene mani, e da insegnare anche a me che sono per natura conciliante e mediatrice; un’artista del compromesso che però con te deve fare la voce grossa.

Quanta voce ha questa mamma eh? “Mamma! Non gvidaveee!” (la erre, amore mio, latita ma arriverà; come la q, che ancora sostituisci con la p di quella paperotta che sei)

“Che bella puesta canzone che canti mamma, la voio ascoltave ancova, voio ballave.”

Lo sai che queste parole, dette da te, che fino a un mese fa non volevi cantassi, sono state le parole più gratificanti mai ricevute in vita mia? No, non lo sai, non lo saprai mai forse; però lo sono, e fanno piangere, e sorridere, e piangere e sorridere insieme me, una scema di 44 anni.

44 anni ho io ora, amore mio peste, e credo di averne realmente vissuti solo tre, come te, come noi due insieme.

Tre anni arrancando, quasi soffocando, lottando contro una stanchezza che non ritenevo umanamente possibile. L’ultimo poi, ehhh l’ultimo, difficile, duro, pesante, incerto, oscuro, sbagliato, feroce, intenso, lento, velocissimo. Tutto. Un anno che è stato tutto, che è stato da sole, che è stato di crisi profonde e tentativi di rinascita, di parecchi errori madornali con te e pochissime piccole scelte giuste per me. Un anno che comunque è passato e sarà, sai, uno dei tanti difficili; uno dei tanti che cercherò di non farti capire, pesare, odiare.

Eppure tu sei sole e ridi, ridi spesso forte, e piangi e fai i capricci, come ogni bimba di tre anni che si vive il tempo che le viene offerto, così come le viene offerto, con gli affetti e le presenze che le vengono offerti, e che prende a man bassa, divorando tutto quanto le capiti a tiro.

E questa mamma ci prova sai, e non riesce, ti vede crescere e ha tanta paura per te e per se stessa, ma fa la dura perché le mamme sono dure, inamovibili, rocce solide cui appigliarsi, anche se friabili come calcare, fragili come cristallo e umane, come solo le mamme sanno esserlo.

Sono umana, Elettra, sbaglio, sbaglierò. Qualche (rara) volta ci azzecco però; perché se sei una piccola gnoma pestifera, iperattiva, capricciosa, forte, petulante, dolce, educata, affettuosa, allegra, il merito è anche un po’ mio, dai, concedimelo!

Così, come ogni anno il 23 Maggio, guardo quel calendario perpetuo eredità di mia nonna, che ho sulla scrivania e mi ricorda costantemente la data in cui sei venuta al mondo, al mio mondo, e faccio bilanci che poi annoto qui affinché tu, se vorrai, domani sappia cosa provavo, cos’eri e cos’avevi di me; anno, dopo anno, dopo anno.

Un altro anno. Hai tre anni, oggi. Andiamo avanti insieme, pulce mia. Ci proviamo, come possiamo.

Aiutami a crescere, mentre ti aiuto a crescere.

La tua mamma.

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