Quando

Questo conoscersi senza conoscersi, sapersi senza sapersi, parlarsi senza parlarsi, sentirsi senza sentirsi, aversi senza aversi, prendersi senza prendersi, amarsi senza amarsi; quando, esattamente, tutto ciò sia accaduto, non mi è dato sapere.

So che sei arrivato, e non volevo arrivassi, in un giorno di tempo fa. Quanto tempo? non saprei; infinito, brevissimo, era comunque un tempo che non avrei voluto usare così, con te, con me, dentro una realtà che non mi è stata mai congeniale forse e che, forse, nemmeno realtà era.

So che la mia percezione delle cose, dei rapporti umani, di come gira il mondo è cambiata da allora. E non lo accetto, cazzo! Non l’ho mai accettato.

Ti voglio, è più forte di me. Ci provo, sai, a non volerti, ma la mia carne urla e il mio sangue scorre solo se sei tu a bere di me.

E sono cambiati i termini in cui vivo me stessa, in rapporto ai miei desideri negati, alle mie volotà offese e maltrattate, ai miei pensieri impuri, lontani dalla me che prediligo, che è l’unica cui posso dare ascolto per salvarmi da quello che, essendo, non è.

Ma la giostra su cui siamo saliti gira, non smette, m’inchioda nel vorticare di cavalli e carrozze e principesse e principi che, se li lascio girare al contrario come un vecchio vinile (lo sono, sai, un vecchio vinile scheggiato, di quelli che t’incanti ad ascoltarne non tanto la musica, quanto il crepitio rassicurante della puntina che segue i solchi, che sa di vero, di calore e di umano), mi mostrano denti aguzzi e volti neri e tentano di sbranare quel che rimane di me che, prima di te, di noi, ero inquinata solo dal colore del cielo, e dei miei occhi, e del mare che mi ruggisce fin dentro casa, impedendomi di respirare.

Un salto, pensavo. Un salto è quanto basta a fuggire via da tutta quest’angoscia che mi è il sapermi lì, con te, senza che per questo tu ti accorga della mia presenza.

Ti sei mai realmente accorto di quanto fossi al tuo fianco? Hai mai capito quanto dolore fossi in grado di causarmi e il mio rimanere nonostante tutto? Pensi mai, realmente, a me?

E ci ho creduto in quel salto, io che, adolescente, amavo tuffarmi da scogliere altissime, sfidando i ragazzi in prove di coraggio inimmaginabili per una ragazzina. Ecco, se lo sapevo fare allora, non vedo perché il lanciarmi da un’altezza risibile dovrebbe preoccuparmi, adesso che gli anni sono trascorsi; sebbene di coraggio, io, non ne abbia poi più così tanto.

Eccomi vuoto. Mi consegno a te e al tuo abbraccio, affinché mi salvi da questa testa che rifiuta di arrendersi a evidenze che nessuno potrebbe mai negare.

Ma ora so. Nel vuoto si può anche galleggiare, se il vuoto stesso rifiuta di accoglierti. Ti lascia lì in un eterno limbo di attese non attese, e sogni non sogni, e domande cui le risposte si rifiutano di assoggettarsi.

Che poi, a dirla tutta, non è tanto il perdersi, quanto lo smettere di cercarsi.

Dove sei, dove sono; questo, amore mio; ecco, questo non ci sarà dato sapere. Mai.

 

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