Giugno

E dunque sarebbe Giugno.

Ma come ci siamo arrivati a questo Giugno di questo particolare anno qui, di questo particolare giorno qui, di questa particolare vita qui?

“Hai un sorriso splendido, lo sai? Quando ridi ti s’illuminano gli occhi e ti si arriccia il naso e sembri una bimba di due anni. Sei immensa quando sorridi.”

Sì, ma del perché sia già Giugno ancora non lo so; e l’Estate del 21 del solstizio del mondo che corre, io non lo so perché sia arrivata, né quando, né come.

Un anno fa, era di Giugno, noi non ci parlavamo. Uno degli infiniti momenti, ore, giorni, mesi in cui non ci parlavamo. E non ne ricordo il motivo: non c’era forse, o c’era ed era talmente importante da spingermi a starmene lì, arricciata nel mio angolo preferito, a muso duro e denti stretti.

Ma non si dovrebbe mai litigare in estate; a Giugno poi, proprio no. Che se fa molto caldo, le lacrime ti si asciugano in faccia troppo in fretta e lasciano antiestetiche scie di sale; e se ancora non fa caldo, la rabbia, a sua volta, non si fa fumo e ti resta appiccicata addosso come carta moschicida e lo sai che odio le mosche, per non parlare del fatto che detesto far del male agli animali.

E per di più questo è il mese in cui tutto si compie, il ciclo invernale trova quiete, la luna lascia spazio al sole e tutto dovrebbe aprirsi, scoprire le gambe e le braccia e avvolgere.

“Io ti detesto, lo sai? Non sei ciò che voglio, né come lo voglio, né quando né perché lo voglio. Vattene!”

Maledetta la tua puntualità nel disattendere le mie richieste per fare, sempre, quel che vuoi di te, di me, di (noi?).

“Dove vai! Torna immediatamente qui e mettimi le mani addosso! Ora! E fammi cadere fino a toccare il fondo e sbatterci il naso. E tirami via da lì e restami dentro finché non muoio!”

Dunque un altro Giugno, ancora un altro, che adesso ci parliamo (per quanto tempo?) e ridiamo e ci azzuffiamo come sempre in questa danza senza senso e senza fine. E siamo ancora noi, più vecchi di un anno dallo scorso anno in questo stesso periodo, però tu, io, ora: esattamente dove dovrebbe essere e dove rimaniamo nostro malgrado.

Eppure piove; tutti i pomeriggi a casa mia piove (a casa tua piove?), e il cielo mi vomita addosso catini d’acqua salmastra e ruvida, borbottandomi il suo disappunto e lanciando occhiatacce di sbieco che io fingo di non vedere perché tanto siamo qui, noi, e ci ridiamo in faccia a naso arricciato e occhi grandi.

Hai una bella faccia, chissà se lo sai, se lo sai davvero; e se anche tu borbotti e lanci occhiate buie, cariche di nuvole, io continuerò a sorridere.

Perchè se tu fossi una stagione, saresti l’estate che, anche se piovi, io ti sento e alle mie dita proprio no, non puoi mentire.

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