Viversi

Vivere, viversi; come dire non pensare, non pensarsi; agire, agirsi. Che se la pensi una cosa (una persona, una relazione, un amore) poi rischi di rimanerci impantanato dentro quel pensiero al punto che lui, l’atto stesso del pensare, diventa la tua realtà e lo percepisci come parte di te e del tuo vissuto, di fatto, non vissuto.

Che siamo in tanti, sai, a esistere dentro teste pensanti, ragionanti, sognanti e amanti perfino; e sembra bastarci, nutrirci e dissetarci fino a che, puntualmente, suona la sveglia in un giorno qualunque e ci ritroviamo sul petto macigni di vita reale talmente ingombranti, da credere che ne soffocheremo e ne moriremo così, dentro un vuoto a perdere dove, a perdere, saremo noi e il tempo speso in elucubrazioni mentali su ciò che avrebbe potuto, avrebbe dovuto, volevamo che fosse.

In tutto questo, io, dove mi colloco esattamente?

“Tu DEVI vivertela. T’impedirò di non farlo; m’impedirò di non farlo!”

La fai facile tu, arroccato dentro alle tue convinzioni che quel che c’è c’è e nulla va sprecato. Cosa ne sai? Cosa ti spinge a credere che il mio non sprecare debba necessariamente trovarsi dentro i fatti, piuttosto che nelle parole che m’invento per disegnare un volto a ciò che sento?

Sai bene quanto io voglia, lo senti, ne vuoi bere a sorsi pieni di questa nostra voglia di esserci fino a ubricartene e, magari baciandomi, ubriacarne anche me. La faccio molto più difficile io, che ho la piena coscienza di quel che potrebbe accadere e non mi lascio fregare da sensazioni del momento; anche quando quelle sensazioni sono le tue mani, la tua bocca, i tuoi occhi, la tua voce che mi massacra la carne ogni volta che anche soltanto penso a te.

Perché quando il desiderio, il sogno, l’immaginario si fanno persona, quello è il dramma. Puoi resistere a tutto, puoi essere marmo che non si lascia penetrare dalla pioggia, puoi essere granello di sabbia pronto a volare via al primo alito di vento; ti ritroverai comunque a fare i conti con la dannatissima forza di gravità che, da verticale, diviene orizzontale e ti costringe letteralmente a ritrovare un equilibrio solo quando cadi dentro quella persona lì. Quella.

E in questo tragico, quanto fortuito, gioco sadico del caso (perché lo sai, no, che il caso gioca a scacchi meravigliosamente e ci muove, pedine inermi e inerti, come meglio crede facendoci incontrare chi si rivelerà essere la nostra nemesi emozionale. Poi, dichiarato lo scacco matto, scoppia in una fragorosa risata, allontanandosi a cercare altri giocatori, altre vittime) le provi tutte pur di sottrarti a quella che senti essere la fragranza della morte emotiva certa. Sì le provi tutte, strategie e persone. Ti lasci cullare da braccia che, immancabilmente, paragonerai in termini di forza e protezione; da bocche che, immancabilmente, non avranno lo stesso sapore; da occhi che, immancabilmente, non saranno dello stesso colore, intensità, capacità di denudarti lasciandoti i vestiti (e gli accessori) addosso.

Ma quando due demoni (di quelli veri) si guardano per la prima volta, si annodano l’anima l’uno all’altro e se la strappano via a ogni respiro e non c’è assolutamente nulla che si possa fare; perché ognuno sa tirar fuori dall’altro il meglio e il peggio di sé, in un’onestà intellettuale e morale che non ha pari al mondo e che rende impossibile anche solo l’idea che un legame di questo genere possa in qualche modo avere una fine.

“Cosa ne facciamo, di tutto questo? Ho paura di sbagliare, ho paura di perderti. Dimmi cosa posso fare pur di non vederti allontanare mai, mai più.”

Lo chiedi  a me, tu lo chiedi a me che, se avessi avuto la soluzione, se sapessi come si fa a sopravvivere a compartimenti stagni, non sarei qui a divorarmi il cervello in cerca di soluzioni, mentre mi violento nel trasformare l’incomprensibile in un oggetto di uso comune, di quelli non indispensabili che puoi metter via un pezzo e non fa niente, funzionano lo stesso.

Se solo non fossi così maledettamente certa che ciò di cui ho bisogno, hai bisogno, è di poter vivere dentro quello che è il “nostro” tutto; se non sapessimo di essere stramaledettamente belli insieme, nell’essere testa e cuore, anima e carne, non avrei, io per prima, le tue stesse paure qui di fianco a corrodere quel che resta dei miei motivi per resisterti, resistermi.

Però, tesoro mio regalatomi dal caso, una cosa posso dirtela; ed è l’unica che credo di aver imparato e della quale possiamo farci una ragione da tenere a mente, in caso ci venisse quella spasmodica voglia di fuggire ancora, così com’è stato ogni singola volta in cui il panico ci ha sommersi, spingendoci a tentare strade opposte; quelle stesse che decidi di svoltare a un incrocio e te le ritrovi convergere in una sola, a camminare affiancati, stretti peggio di prima.

Ecco, dunque, cosa so: So che dentro l’immensa paura di perdersi, lì e soltanto lì, abita tutto il coraggio del non rinunciarsi.

 

 

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