Etichette

Chi sei, tu? Chi io? Chi siamo noi che ci annnusiamo dentro questo mondo marcio di foglie che, lasciatesi cadere dall’Autunno, resistite all’Inverno, passata una Primavera incerta di pioggia e di sorrisi stanchi, ci hanno inseguiti fin qui, dentro quest’Estate esplosa quando ormai avevamo smesso di sperare in un caldo che sfiancasse ogni nostra, seppur già fiaccata volontà? 

Ma cosa scrivo poi, di domande su te, su me, su un noi mai noi e ancora te e me che non ci sappiamo decidere. Cosa mi aggrappo io, ancora, a etichette che ci definiscano e che, lo vedi anche tu, hanno perso tutto l’adesivo e nemmeno se ci sputi sopra o le lecchi si attaccheranno mai per bene.

Eppure lo faccio, lo fai. Ci chiudiamo dentro muri altissimi di costrizioni e parole, affinché ci soffochino per bene e non ci lascino via d’uscita, se non quella di divenire qualcosa che, nel profondo, sappiamo bene essere inattuabile.

-Ma tu ci credi a quello che, costantemente, ci diciamo di noi?-

Che se una cosa la rendi prigioniera, va a finire che poi farà di tutto per scappare a gambe levate e anche le parole, per quel che ne so, prima o poi finiscono per rivoltarsi, come calzini sporchi di un significato cui rifiutano di sottomettersi e si attorcigliano su se stesse, perdendo senso e anima.

Però no, non smettere. Io non smetto di dirmi quel che ho scelto di dirmi su di te che m’incateni contro ogni logica razionale; e tu, ti prego, continua a fare altrettanto. Aiutaci a rendere piatto, lineare, anonimo, consueto, abitudinario, comune ogni gesto, istinto, ogni quotidiano nostro aversi profondo.

Non importa se, alla sera, il buio c’innamora; non importa se, al mattino, il sorriso è ancora lì sulle labbra che ricordano le tue; non importa se, al pomeriggio, la mente vaga chiedendosi che faccio, che fai; non importano i come sto, come stai, ridi, piangi, ci sei, ci sono.

Nulla importa, se io ho deciso come si chiama tutto questo, se tu gli hai dato un nome. Perché, sai, l’importante rimane aver dato a ciò che siamo un aspetto che sia confortante, non faccia paura. L’importante è che a quel dato nome ci si attenga ogni volta che le domande diventano scomode, anche quelle che facciamo a noi stessi  e che sia un vocabolo univoco, chiaro, rigido e tutto d’un pezzo, utile a sentirsi liberi; liberi di essere prigionieri dentro la casella di uno schedario, di una definizione, di un nome che è tutto; tutto il contrario di ciò che siamo.

 

 

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