Arrivederci

Bea, Elle, Steve,

non ho fatto in tempo a salutare per bene; che poi io li detesto i saluti, figurarsi quelli che hanno il sapore di un è stato bello conoscerti ma è tempo di andare, ora, senza tornare; che tornare ha il sapore di muffa delle prigioni medievali, dove ci marcivi dentro, chiuso a pensarti addosso ogni minuto e nemmeno i topi a rispondere alle dannate domande che avresti voluto fare: ma poi cosa chiedi mai a un topo? 

Però vi ho letti, d’un fiato, per intero, sempre. Ho bevuto di malinconie che sono state le mie, e di sorrisi e lacrime, e pancia e sangue; e vi ho assaporati come la torta più dolce, o il frutto più aspro che abbia mai assaggiato e io, sapete, al momento di dolci ne sforno a quintali, quasi fossero panacee per ognuno dei mali del mondo.

E non vi ho mai parlato, direttamente; che mica mi serviva quando potevo, ogni volta, trovarvi dentro le virgole, tra le parole accese, voi e le vostre vite storte, storte come la mia.

Però va bene. Non vi ho qui, né altrove. Siete dove vi serve, dove la volontà vi porta a riposare, rinascere, evolvere. Dove la realtà s’inerpica fin sulla faccia e ti sorride perché, finalmente, la guardi dentro gli occhi scuri e non la temi.

E poi sapete, io lo sapete dove sono. Resto nell’angolo di terra che mi vede fertile e mi feconda l’anima, resto a curarmi e riconoscermi e vi aspetto. Fate un fischio, ogni tanto.

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