Davvero

Che strano, oggi, ritrovarmi qui a scrivere ignorandone del tutto il perché. Io, che credo di non avere granché da scrivere al momento; io che non ho capitoli da chiudere o portoni da aprire, semplicemente perché me ne sto qui da giorni,  immobile, a guardare il mio riflesso dentro lo specchio che mi rimanda un’immagine di tutta la malinconia che mi possiede e di tutta l’incapacità di trasformarla quantomeno in un accenno di rabbia costruttiva, fosse anche microscopico. Ma arrabbiarmi perché, poi? E di che? 

Oh no, non crediate, di motivi per incazzarmi sonoramente ne ho: mi riempiono le mani e gli occhi e pure il cuore. Poi mi si fermano in bocca e me li mastico piuttosto che vomitarli. Li rumino e rumino come stantie gomme da masticare che hanno perso sapore ma non le sputi perché, in un qualche strano modo, ti fanno pure compagnia. Salvo che, poi, finisci per ingoiare la cicca e te stessa insieme.

Ho da detestare questo mio essere antiquata, nelle emozioni, nei rapporti umani, nella visione di molte delle cose che si muovono dentro il mondo. Ho da odiare l’incapacità di evolvermi e adattarmi a una società che si consuma in attimi, rendendo ogni mia attitudine alla progettualità talmente polverosa da risultare démodé. Ho da biasimare ancora, a me stessa, l’assoluto rifiuto nei confronti del qui e ora, forse perché dello sguardo perduto all’orizzonte sconfinato che mi si accende di fronte casa, ho piene le mattine e i tramonti; ogni mattina, ogni tramonto.

Ho da non riuscire più a sopportarmi addosso tutta l’incapacità che mi è congenita di sbagliare, perdonarmi e poi sbagliare nuovamente. E la possibilità che mai mi concedo di permettere agli avvenimenti, alle persone, di possedermi; a meno di essere io per prima a possedere loro.

Ho da rimproverarmi l’indole a credere che l’Amore esista e abiti lì, da qualche parte, in qualche cuore aperto e pronto ad accoglierlo e che dev’essere esistito un tempo in cui quel cuore aveva il mio, di nome. Ho da condannare la mia spesso, troppo spesso, passiva accettazione di tutti i limiti che mi vengono imposti, costringendomi a marcirmi le viscere in prigioni fisiche e psicologiche dalle quali uscire risulta infine impossibile.

Ho tanto, ma tanto, da cambiami dentro e nulla per cui valga la pena farlo.

No, non adesso.

Strano che questa me che va cianciando del dover crescere infine rimanga seppellita, radice di quercia, sotto abiti mentali ammuffiti, pesanti e vecchi di secoli.

Strano oggi che io sia nuovamente qui, a scrivermi.

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4 pensieri su “Davvero

  1. c’e’ qualcosa di piu’ di cui ti devi liberare forse, qualcosa di pesante che ti impedisce di vivere la vita con maggiore leggerezza e di apprezzarne quei momenti o cose meravigliose che qualche volta la vita sa regalarci. Ti auguro allora un nuovo anno leggero e sereno che ti dia la possibilita’ di aprirti alla vita con gioia .
    Un abbraccio affettuoso cara ❤

    PS : scrivi veramente bene

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