Demolizione

Cosa ci faccio io qui, a perdere ancora tempo, mentre mi crolla il mondo addosso.
No, badate, non è la solita metafora da quattro soldi, trita e ritrita, a voler dire che qualcosa d’inaspettato si palesa e ti gela il sangue nelle vene: il crollo di cui parlo è quello di una realtà concreta, fatta di mattoni, legno, vetro e fondamenta.
Perché tu ci pensi e ripensi per un’infinità di tempo e arrivi alla conclusione che no, non potrà mai accadere nulla di peggio di quanto già le tue ossa siano state costrette a sopportare; e il peso degli anni che corrono e ti fottono in volata perché sono più veloci di te già ti sembra abbastanza.
Così com’è già molto, davvero molto più di quanto potessi mai supporre di riuscire ad affrontare, la tua rinuncia, pagata a prezzo sonno e costante paura del futuro, al placido scorrere di una vita sicura, tiepida, concordata col destino al tavolo da gioco quando immaginavi di poterla vincere quella dannata partita a scacchi; come se non sapessi da sempre che gli scacchi non sono gioco adatto a te che di strategia non sei, né mai sarai, maestra.

È quello il momento preciso in cui abbassi incautamente la guardia ed è in quell’accenno di quiete, quando hai superato lo stato di angoscia che per mesi e mesi ti è stato sposo fedele e ti rilassi, forte di ciò che ti resta, stabile dentro quel poco che hai costruito da sentirtici sicura come in un comodo, piccolo bozzolo caldo, che lei, bastarda fortuna cieca, sorda, muta a ogni richiamo, decide di voltarti nuovamente le spalle; e se la ride allontanandosi mentre ti porta via, fuori dalla bocca, anche quel briciolo di coraggio che ti sei conservata, pane quotidiano centellinato quasi fossimo in tempo di guerra, e se lo beve, stuzzicandosi l’appetito mentre si prepara al viaggio verso altri malcapitati da illudere, da sbranare per poi spuntarne via la buccia vuota, prosciugata.
Sceglie lei, puttana, di lasciare che la tua casa ch’era fortezza, e castello, e rifugio, e simbolo della tua continua lotta per raggiungere la serenità, quella stessa casa che pensavi “almeno qualcosa di mio l’ho fisicamente costruito per lei, che avrà così un po’ di me, quando sarà grande”, venga smontata nemmeno fosse una vecchia cassapanca ormai in disuso, buona solo per farci legna da ardere.

E mentre tutto questo accade tu, colpita a tradimento e barcollante, lo guardi; lo guardi bene in faccia il fottuto destino che ti ha dato scacco matto in una partita nuova, che nemmeno sapevi di esser lì a giocartela, e piangi, urli, ti abbandoni al male che ti fa l’ennesima sconfitta da viverti sulla pelle stanca e dentro il cuore che ti si è ferito a morte un’altra volta, per l’ennesima volta, e ti auto flagelli perpetuando una lunga e incancrenita tradizione che pensavi di poter finalmente dimenticare, chiudere in un armadio e lasciar marcire al buio di una qualsiasi cantina umida; perché lo sai bene che ciò che ti viene tolto, ti è tolto anche a causa tua e di quella maledetta ottimistica ingenuità nel fare, nell’affidarsi a chi, di fatto, non aveva interesse a proteggere nessuno, men che meno te.
E poi, ancora, spendi giorni su giorni a contrastare quanto il tuo corpo traduce in singhiozzi e in un dolore insopportabilmente fisico; perché all’anima non basta il soffrire dall’interno, no, lei deve uscire e farsi corpo fuori dal corpo e deve ricordarti, cattiva, il peso di ogni incauto passo, di ogni fallimento, di tutto il fango ingoiato dopo aver raggiunto il fondo e di quello che troverai ancora più in basso, a ogni tuo nuovo, inevitabile precipitare.

Quanto sia destinato a durare tutto questo non mi è dato sapere nella media delle cose negative che accadono mentre attraversi la vita. Sono una stramaledetta emotiva e come tale il mio metabolismo muove lento ogni accenno di risalita e, per quel che vale, il sapere che questa volta la scalata non dipende da me non mi esime dal patire, arresa, la condizione di non avere scelta e il dover aspettare che altri scelgano per me, mentre derido me stessa e il mio essere da sempre maniacalmente amica del controllo sulle cose, sulla vita, su di me.

Dunque oggi, immobile, nell’inevitabilità di quanto sta per accadere, scrivo.

Scrivo perché non posso altro e perdo tempo, confidando che il tempo, almeno lui, decida di essermi amico e mi accompagni, perché in fondo un po’ me lo deve come io lo devo a lei che, innocente, non sa.
Lei che proteggo e che rimane l’ultimo dei miei battiti cardiaci; lei che mi è respiro, lei per la quale dovrò ricostruire, ricostruirmi, ricostruirci posti, tradizioni, ambienti da dividere dentro tempi e spazi in modi nuovi, sperando possano diventare vecchi insieme a me, e grandi insieme a lei.
Ed è per lei che quando chiederà stupita e, lo so già, addolorata, saprò essere sorriso e occhi aperti, grandi di speranza, sogni e avventure nuove.

Perché sì, il castello crollerà ma tu, amore mio, non piangere: avremo cielo, luna, stelle da raggiungere e castelli, ancora, da viverci dentro, crescerci e giocare.

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4 pensieri su “Demolizione

  1. non c’e’ mai fallimento nella lotta, combattere e’ gia’ una vittoria, combattere da’ speranza. La sfortuna va combattuta e curata come una persona infetta e guarira’.
    Un abbraccio caldissimo

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